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Omero

Odissea iNTELLiBOOK
Traduzione di Vincenzo Monti

Libro Nono [by reading-path compagni]

«Alcinoo Rege, che ai mortali tutti
Di grandezza e di gloria innanzi vai,
Bello è l'udir», gli replicava Ulisse,
«Cantor, come DemOdoco, di cui
Pari a quella d'un dio suona la voce:
Né spettacol più grato havvi, che quando
Tutta una gente si dissolve in gioia,
Quando alla mensa, che il cantor rallegra,
Molti siedono in ordine, e le lanci
Colme di cibo son, di vino l'urne,
Donde coppier nell'auree tazze il versi,
E ai convitati assisi il porga in giro.
Ma tu la storia de' miei guai domandi,
Perch'io rinnovi ed inacerbi il duolo.
Qual pria dirò, qual poi, qual nell'estremo
Racconto serberò delle sventure,
Che gravi e molte m'invïAro i numi?
Prima il mio nome, acciò, se vita un giorno,
Mi si concede riposata e ferma,
Dell'ospitalità ci unisca il nodo,
Benché quinci lontan sorga il mio tetto.
Ulisse, il figlio di Laerte, io sono,
Per tutti accorgimenti al mondo in pregio,
E già noto per fama in sino agli astri.
Abito la serena Itaca, dove
Lo scotifronde Nérito si leva
Superbo in vista, ed a cui giaccion molte
Non lontane tra loro isole intorno,
Dulichio, Same, e la di selve bruna
Zacinto. All'orto e al mezzogiorno queste,
Itaca al polo si rivolge, e meno
Dal continente fugge: aspra di scogli,
Ma di gagliarda gioventù nutrice.
Deh qual giammai l'uom può della natìa
Sua contrada veder cosa più dolce?
Calipso, inclita diva, in cave grotte
Mi ritenea, mi ritenea con arte
Nelle sue case la dedalea Circe,
Desïando d'avermi entrambe a sposo.
Ma né Calipso a me, né Circe il core
Piegava mai; ché di dolcezza tutto
La patria avanza, e nulla giova un ricco
Splendido albergo a chi, da' suoi disgiunto,
Vive in estrania terra. Or tu mi chiedi
Quel che da Troia prescriveami Giove
Lacrimabil ritorno; ed io tel narro.
Ad Ismaro, de' Cìconi alla sede,
Me, che lasciava Troia, il vento spinse.
Saccheggiai la città, strage menai
Degli abitanti; e sì le molte robe
Dividemmo e le donne, che alla preda
Ciascuno ebbe ugual parte. Io gli esortava
Partir subito e in fretta; e i forsennati,
Dispregiando il mio dir, pecore pingui,
Pingui a scannar tortocornuti tori,
E larghi nappi ad asciugar sul lido.
S'allontanaro in questo mezzo, e voce
Diero i Cìconi ai Cìconi vicini,
Che più addentro abitavano. Costoro,
Che in numero vincean gli altri, ed in forza,
E battagliare a piè, come dal carro,
Sapean del pari, mattutini, e tanti,
Quante son fronde a primavera e fiori,
Vennero; e allor di cielo a noi meschini
Riversò addosso un gran sinistro Giove.
Stabile accanto alle veloci navi
Pugna si commettea: d'ambo le parti
Volavan le pungenti aste omicide.
Finché il mattin durava, e il sacro sole
Acquistava del ciel, benché più scarsi,
Sostenevam della battaglia il nembo.
Ma come il sol, calandosi all'Occaso,
L'ora menò, che dal pesante giogo
Si disciolgono i buoi, l'achiva forza
Fu dall'aste de' Cìconi respinta.
Sei de' compagni agli schinieri egregi
Perdé ogni nave: io mi salvai col resto.
Lieti nel cor della schivata morte...

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